Rubaldo Merello, i colori dell’anima

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Può il giallo acceso di un fienile e il blu intenso del mare provocare in chi li osserva gioia e malinconia nello stesso tempo? Nell’esposizione che Palazzo Ducale dedica a Rubaldo Merello ogni quadro fa risuonare dentro di noi sentimenti contrastanti: empatia e desolazione, consolazione e solitudine, bellezza e tristezza.

Una mostra che diventa un viaggio dentro un’anima, dove si mescolano le gioie e i dolori di una vita: la scelta di vivere lontano dalla folla e dalla città, in una totale immersione nella natura sul monte di Portofino, tra Ruta di Camogli e San Fruttuoso, l’arresto e la prigione con l’accusa di anarchia, il dolore per la morte del figlio, il lutto, il senso di colpa e alla fine, negli ultimi anni, una vita quasi da eremita.

Come Monet, Merello amava ritrarre gli stessi luoghi a seconda della luce e delle stagioni, forse per cercare di catturare ciò che è inafferrabile perché continuamente nuovo, attimo dopo attimo. Tutto questo ci aiuta a capire, almeno in parte, l’opera di Rubaldo Merello, il pittore che alla mondanità che troppo spesso circonda l’Arte rispose con il romitaggio e l’isolamento estremo.

I colori dell’anima di Rubaldo Merello sono vividi e accesi, cosi come le tinte da lui utilizzate nelle sue opere, e fanno trasparire una coscienza divisa, la cui dualità appare visibile e persistente.

La sua ricerca, silenziosa, prolungata ed estenuante, è di pace e comprensione. La dedizione verso tale ricerca fu totale e manifesta tanto che il mistero della natura e della vita stessa diventò per lui un’ossessione.

Le sue opere, insieme a quelle di artisti della sua epoca, sono ammirabili nelle sale del Sottoporticato di Palazzo Ducale fino al 4 febbraio 2018, a oltre quarant’anni dalla rassegna che nel 1970, diede avvio alla rilettura dell’opera di uno tra i maggiori pittori liguri del Novecento.

Oltre 200 le opere selezionate, 65 i dipinti di Merello e 30 i disegni ma la “chicca” dell’evento è rappresentata dalle sculture dell’artista che si cimentò anche con la grafica.

Una frase del pittore Sacchetti, contemporaneo e lucido interprete dell’opera di Merello, capeggia nell’ultima stanza della mostra e ben riassume molti tratti della personalità dell’artista in mostra a Palazzo Ducale:

«Quell’ometto corto, grasso e occhialuto che sorrideva con malizia equivoca di chi non ha più paura della vita, quell’ometto senza grazia non aveva altra consolazione che non fosse la disperata gioia di capire».

www.palazzoducale.genova.it/rubaldo-merello

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