L’invasione digitale alla Polveriera di Borgomaro

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Un invasore (digitale) si alza presto la domenica mattina. Prepara lo zainetto con l’occorrente per l’escursione senza dimenticare i “ferri del mestiere”,  smartphone e macchina fotografica, indossa abbigliamento adeguato e si mette in moto.

A dispetto del nome, che un po’ intimidisce, facendola apparire una attività da élite, o persino potenzialmente aggressiva, chiunque e a qualunque età può prendere parte ad un’invasione digitale. E’ sufficiente avere uno smartphone, un profilo su uno o più social e la voglia di condividere la propria esperienza in luoghi pregevoli e poco conosciuti dalla massa.

Invasione Digitale 01Che poco distante da Borgomaro ci fosse una polveriera e che fosse anche una delle più importanti del Vallo Alpino lo ignoravo proprio. E’ un’opportunità unica poichè il sito è visitabile solo in questa occasione e per la prima volta in assoluto, grazie anche ai volontari dell’Associazione Culturale Wepesto che hanno reso percorribili i sentieri.

Ci si riconosce facilmente tra invasori sulla piazza di Borgomaro, tranquillo borgo attraversato dal torrente Impero.

Torrente Impero a Borgomaro

 

Ci stipiamo nelle poche auto che ci porteranno al reale inizio della nostra invasione, su, nella boscosa frazione di Ville San Pietro, dove ci raduniamo di fronte al vecchio posto di guardia. O meglio, quel che ne resta, presidiato da una nutrita guarnigione di capre.

La Polveriera era stata costruita nel bosco in modo da sembrare un villaggio come tanti altri, con tanto di chiesa e campanile.

18 baracche potevano contenere 10.000 bombe e altre 18 servivano per immagazzinare diverse tonnellate di balistite. Tutto il materiale bellico veniva trasportato fin quassù dalla stazione di Imperia a mezzo di camion militari, per approvvigionare le postazioni in quota, ad esempio le batterie di Cima Marta.

Nonostante l’innocente apparenza di case rurali, erano state erette su basamenti di cemento, e per la maggior parte, circondate da spessi muri in pietra, che, in caso di incidente, dovevano prevenire che si instaurasse un reazione a catena ed esplodessero anche le baracche intorno.
Il posto di guardiaNel giugno del 1944 i partigiani conquistarono il corpo di guardia e scacciarono i soldati. Le popolazioni della valle Impero e di Prelà, ormai prive di tutto dopo i lunghi anni di guerra, iniziarono a prelevare tutto il materiale che poteva essere riutilizzato nella vita quotidiana, soprattutto i contenitori per l’esplosivo.

La balistite era infatti conservata in sacchetti di tela fine, a loro volta messi in controcasse di zinco che, a coppie, erano custodite in casse di legno. La balistite venne semplicemente sparsa sul terreno, i sacchetti utilizzati per confezionare lenzuola e indumenti, le casse di zinco per l’olio ché il 1944 era stata un’annata di produzione eccezionale. Persino i chiodi, merce rara in quei tempi, venivano raddrizzati per essere riutilizzati. Se nei primi momenti gli abitanti del luogo agirono con prudenza, con il passare dei mesi il loro comportamento si fece via via più disinvolto fino a rasentare la temerarietà e a provocare il disastro.

Il terreno era ormai ricoperto da uno spesso strato di balistite e il 18 novembre, per disattenzione o per la sua propria instabilità, si incendiò, provocando due colonne di fuoco altissime, visibili fino dalla costa. Morirono in 42, chi sul colpo, chi in seguito alle gravi ustioni riportate.

Questa storia contrasta fortemente con quello che oggigiorno resta da vedere; una piccola carrozzabile erbosa e pacifiche radure tra gli alberi dove sorgevano le baracche.

La natura, come sempre, si è ripresa quello che l’uomo ha tentato di toglierle e pietosamente nasconde le tracce di guerre e disgrazie, anche se basta spostare erbacce e rovi per trovare i basamenti in cemento, alcuni fusi dall’immane calore dell’incendio.

Solo il deposito n. 21 è rimasto parzialmente in piedi, scampando chissà come a quell’inferno di fuoco.

Le lettura del Sindaco di Borgomaro

Il contrasto si è fatto ancora più marcato nei momenti in cui ci siamo fermati per ascoltare la voce registrata dello storico Alfredo Mela e la lettura di una relazione scritta dall’allora comandante del deposito, maresciallo Lupini Noel.

Con gli occhi chiusi sembrava di essere tornati indietro nel tempo e di sentire le voci, gli scoppi, il calore immane del fuoco e la paura.

Ero emozionata, ancor più perché erano con noi i famigliari delle vittime dell’incendio e la nipote di quel maresciallo che scrisse la relazione.

Qui mi fermo. E’ iniziato a piovere (anche piuttosto forte) e, tornati a Ville San Pietro abbiamo trovato rifugio nei locali della scuola, dove era stata allestita una piccola esposizione temporanea degli oggetti rinvenuti nelle baracche militari.

Anche se ho rinunciato a proseguire fino alla cava di pietra colombina per pioggia e freddo, posso però dire “Invasione compiuta!” e torno a casa soddisfatta con la promessa che questa escursione verrà ripetuta, per non far dimenticare un episodio importante di storia locale.

 

Grazie allo storico Alfredo Mela, all’archeologo, Gian Piero Martino dell’Associazione Culturale A Lecca, al Sindaco di Borgomaro Adolfo Ravani, a Giorgio Gonella della sezione di Ceva dell’ANA, all’Associazione Wepesto.

 

 

 

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