Gianni Berengo Gardin: quando un’immagine vale più di mille parole

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È passato poco più di un mese ed eccomi di nuovo a Palazzo Ducale.

Un pallido sole affiora tra le nuvole e, gli ombrelli, (per una volta) si tengono in borsa.

Gianni Berengo Gardin mostra Genova Sono qui per vedere la mostra dedicata al fotografo italiano più ragguardevole del dopoguerra, Gianni Berengo Gardin. Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, a soli 24 anni inizia ad avvicinarsi alla fotografia e nella sua lunga carriera riesce a immortalare il susseguirsi degli eventi e delle varie tendenze che accompagneranno l’Italia e il mondo intero dagli anni ’50 ad oggi.

Fotografo di reportage, di indagine sociale, di documentazione architettonica, di descrizione ambientale, collabora fra gli altri con il Touring Club Italiano e con lo studio di Renzo Piano ricevendo nel corso della sua lunga carriera molteplici premi e riconoscimenti.

“Non sono un’artista e nemmeno un grande oratore. Preferisco che a parlare siano le immagini”.

Così si definisce Berengo Gardin, sottolineando come la forza scaturente da un’immagine possa sostituire ogni cosa.

La mostra articolata per macrotemi, non segue un percorso cronologico, ma guida il visitatore attraverso un mondo fatto di immagini forti, che si sovrappongono, si completano e spesso entrano in contrapposizione fra loro. Non a caso Berengo Gardin è il fotografo anticonvenzionale che alla “Milano da bere” degli anni ’60 accosta le proteste di fabbrica degli stessi anni.

Uomini, donne, anziani, bambini, periferia, centro, fabbriche, riti religiosi e manifestazioni ludiche, tram e treni, case e palazzi: nulla sfugge al suo obiettivo che cattura le immagini nella loro spensieratezza o drammaticità, in tutta la loro realtà.

La Milano degli anni ’60 è immortalata nelle scene di strada, in oratorio, negli occhi dei bambini che giocano al parco, nelle feste in Piazza Duomo, nei cartelloni pubblicitari che spingono ad acquistare nuovi beni di consumo. L’Italia sta cambiando e Berengo Gardin non lascia nulla di inesplorato.

Continuo a camminare, nella bellissima sala del Sottoporticato, e subito mi trovo immersa in un’altra dimensione: “morire di classe”. Questa seconda tematica è molto più dura, forte, costituita da immagini che restano impresse. Il fotografo sceglie di documentare in questi scatti la situazione degli ospedali psichiatrici di Parma, Firenze e Gorizia verso la fine degli anni ’60 volendo sottolineare come spesso il malato guarisca dai suoi disturbi e si ammali per la violenza delle istituzioni.

Dopo uno sguardo a grandi personalità (da Dario Fo a Umberto Eco) che hanno scelto di posare per Berengo Gardin, mi addentro in un altro mondo caro all’autore: il lavoro, quello da cui vengono fuori proprio tutti, l’emigrante e l’attore, il magistrato e il venditore di bolle di sapone, il banchiere e il monaco, il salumiere e la levatrice, lo sfasciacarrozze e il postino, gente comune, gente che ha fatto l’Italia.

 

Mentre continuo il mio percorso, scopro che i temi diventano più specifici, il flash ora si ferma sul mondo della fede, della religiosità e dei riti sempre con sguardo lucido e disincantato, più umano che divino, ora entra nei bassifondi adibiti a case della Napoli proletaria e nei Palazzi della Roma sfarzosa, ora cattura gli sguardi dei rom nei campi nomadi di Firenze, Palermo e Trento, infine coglie un’infinità di baci; baci catturati, sorpresi, rubati, baci che non devono finire mai.

Mi ritrovo in un’altra sala e osservo gli scatti realizzati a Venezia, città della gioventù del fotografo, che sceglie soggetti ancora una volta assai variegati dando un’immagine della Serenissima fatta di vaporetti fumanti, gondole, acqua alta, contestazioni alla Biennale e borghesi seduti ai tavolini del Caffè Florian.

Di seguito osservo rapita le fotografie realizzate in veste di reporter, scatti di paesaggi tra cui il celebre “Normandia” del 1993 e infine termino la mia visita in una sala dedicata interamente a Genova, città cara all’autore dove egli riesce ad esprimere con forza quel senso di appartenenza tanto caro a Pavese.

Genova è un groviglio di vicoli e botteghe, è il lavoro degli operai al porto, è il cantiere che vara la nave, è il mare che si unisce al cielo.

La mostra è terminata e mentre esco spero di trovare presto quell’ombrello in borsa che ero convinta di non dover tirare fuori, ma non riesco a essere arrabbiata per aver sbagliato la mia previsione; nella mia mente ci sono oltre 200 fotografie in bianco e nero che di certo non scambierei per un cielo limpido!

Info e prenotazioni: 199.15.11.15
biglietteria@palazzoducale.genova.it
www.mostraberengogardin.it

Aria vacanziera tutto l’anno, anche quando lavoro, e sguardo curioso quando cammino per Genova, mia città adottiva. Il…

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