Cinque Terre, da ponente il maestrale. A levante Monesteroli

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Spesso capita che mi chiedano qual’è il borgo delle Cinque Terre che preferisco. Quale quello che mi piace. Quale quello che consiglio.

La risposta che tutti i borghi soddisfano i diversi gusti di tutti e che le caratteristiche dei cinque paesi si completano non è sufficiente (anche se è la rigorosa verità).
Tutti i paesi hanno una stazione ferroviaria, un segmento di sentiero che collega il villaggio a quello prossimo, levante o ponente che sia (persino i capisaldi, quelli estremi, Monterosso o Riomaggiore lo hanno, verso Punta Mesco o verso Tramonti). Tutti hanno un santuario mariano, che domina dall’alto, nella posizione privilegiata, le terre dei cinque paesi nel posto dove la spiritualità religiosa e laica è all’apice. Ogni paese ha persino il proprio dialetto che facilita il riconoscimento della gelosa provenienza. E i personaggi, chi scrive poesie dialettali o è un maestro nel costruire i muretti a secco. Il pescatore o il maestro d’ascia. Ogni paese ha le caratteristiche che vi invitano ad andare a seconda dell’umore, dell’amore e della stagione. Tutte le stagioni dell’anno. Ogni giorno, in ogni momento a fare fotografie che non cristallizzano il panorama ma lo animano.

E allora io scelgo. Spiazzando tutti, non offendendo nessuno ma scelgo. Monesteroli.

Un “non borgo” nel Parco delle Cinque Terre che ha dato i natali ai miei natali. Forse anche ai natali dei miei natali. E che sento mio. Come può essere tua la fatica di chi ha creato quell’insieme di case abbarbicate su uno scoglio secco. Da li, da Monesteroli, si vede tutto. Tutto quello che serve vedere. Da punta Mesco, col colore verdastro sulfureo delle offioliti (dietro al quale, in piena estate il sole cala, al marmo nero della Palmaria, il portoro, illuminato per primo dal sole mattutino. Dalla punta della Madonna, le colonne d’Ercole dei Tramontani, al faro del Tino che batte le tre luci alla distanza di poco più di un secondo l’uno dall’altro. Visibile ma, allo stesso modo, inarrivabile.

Negli ultimi trentanni in cui, da un punto di vista della tecnologia, è cambiato il mondo Monesteroli è rimasto lo stesso. O meglio, è cambiato tutto.
Ero piccolo quando andavo con genitori o nonni e ovviamente non c’erano telefoni che potessero collegare col resto del mondo.

Il mondo era tutto quello che si vedeva o al limite si intuiva.

Dai fanali delle poche automobili di passaggio sulla litoranea alle luci delle candele o dell’acetilene delle case di Fossola, il “paese” dirimpettaio. Era il segnale che la casa era abitata, seppur temporaneamente. E al tramonto, nell’oscurità, ognuno sapeva dove posizionare la luce della casa sulla costa. Una luce, la più alta, alla Fossola mi indicava che lo zio Colombo c’era. E allora il saluto con scambi di flash con la pila era di prassi. Senza eccessi, per non consumare troppo inutilmente preziosa energia.

cinque terre paesaggio turismo liguriaLa luce sul basso, verso il mare, indicava la presenza dei “Milanesi”. Potevano essere comaschi o varesini, bergamaschi o brianzoli ma per noi erano i milanesi. Lassù, verso il bosco, Ettore del Già. Un contadino pescatore, sempre con la sigaretta umida sulle labbra, vigile urbano in pensione, con le labbra e baffi sottili, credo classe 1913, che spesso passava, ovviamente a piedi dopo aver percorso il ripido sentiero, per andare sullo scoglio, sulla Punta o nel Lœgo, a pescare. Amici dei nonni, con i figli coetanei, e a loro volta amici, dei miei genitori.
Le barche e i pescatori passavano incollati agli scogli per pescare con fasci di luci, di notte. Di giorno, qualche volta, altri pescatori improvvisati tiravano un “colpetto”… Sembra preistoria.

Arrivare a Monesteroli era la prova di maturità per i piccoli bimbi. Percorrere la “Scala Grande” di crinale, col vuoto sulla destra e sulla sinistra e la profondità davanti era la fatica che si doveva mettere in preventivo per poter arrivare laggiù dove i piccoli tetti, da lontano, sembravano ancora più piccoli, a strapiombo sul mare.

Dalla finestra esposta a ponente della piccola casa di pietra del nonno, verso le Cinque Terre, entrava sempre l’aria da maestrale, vento buono da ponente. E il vociare di quei contadini improvvisatisi marinai notturni su piccole barche si confondeva con gli altri brusii della notte. Notti con stelle o luna, la stessa luna e le stesse stelle visibili da ogni altro mare in ogni altra parte del mondo. Ed era il link, poco 2.0, che ci collegava con tutti gli altri marinai che solcavano, in quel momento, tutti gli altri mari del mondo.

Commenti 3

  1. tramonti rappresenta per me la vera fatica del coltivare le vigne nelle 5 terre , perche’ i contadini che l’hanno costruito vengono dal paese di Biassa . Biassa a differenza dei paese delle 5 terre non si trova a stretto contatto con i vigneti ma dista migliai di scalini da tramonti.quindi prima di giungere a tramonti avevavano gia’ percorso migliaia di “zappei” scalini in biasseo e altrettanti ne dovevano percorrere per raggiungere le loro terre.

  2. Una precarietà diversa, non quella che intendiamo ai nostri giorni, ma la sensazione di essere nel nido nell’aquila, sospesi, in uno spazio dove se ti muovi cadi, ti viene da muoverti attento come su una piccola barca.
    Anche il tempo è precario, perde di significato, dipende dall’altezza del sole, dal caldo, dal levante la mattina e dal ponente la sera, l’orologio è inutile, lasciatelo a casa.
    La frana si porta via la scala, e allora la rifanno, anno dopo anno.
    Sembra precario ma non lo è, è solido, è lì da secoli, non cadi e non cade, finchè loro ci andranno.

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