I tetti di Genova

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Circa un mese fa ho traslocato. Non un grande spostamento, tra dove abitavo prima e dove abito adesso ci saranno duecento metri a dir tanto, una distanza semplice perfino per un insetto.

Il vero motivo per cui l’ho fatto è che la mia nuova casa ha qualcosa che io ho sempre desiderato: un balcone. Piccolo, piccolissimo, due metri quadri scarsi, ma sufficienti a consentirmi una libertà che prima non avevo: godermi una sigaretta sotto il cielo. Nella casa vecchia non potevo, ora si.

Il problema è che ora fumo di più. Appena posso prendo il tabacco e le cartine, mi fabbrico una sigaretta e mi metto sul balcone a incatramarmi i polmoni e guardare fuori.

E a forza di guardare fuori ho scoperto una parte di Genova che io, proprio non conoscevo: i tetti.

Sono tantissimi, i tetti di Genova, sono una foresta, una città, fatta di spigoli, di angoli acuti, di croci, di guglie, antenne, cavi, bandiere. Una città diversa da quella che conoscono i terrestri, coi suoi propri colori: la ruggine delle vecchie ringhiere, il grigio delle tegole schiarite dal sole, ogni tanto la macchia verde di una terrazza.

tetti genova vista paesaggioUna città, che come ogni città ha i suoi odori, quelli sgradevoli che risalgono dalle profondità dei vicoli e quelli invitanti di mille soffritti e di spezie, che sgusciano fuori dalle cucine al tramonto, mentre io fumo un’altra sigaretta e guardo i colori cambiare, e allontano la mia vita, e penso che il centro storico, volendo, lo si potrebbe girare tutto semplicemente saltando di tetto in tetto. E in un attimo sono un nuovo Cosimo Piovasco, un altro Barone Rampante, e vivo mille avventure, sempre lontano da terra, senza mai più usare una porta, solo finestre, per andare al lavoro, la domenica in chiesa. Per entrare qualche volta in qualche casa amica, magari un giorno in quella di Viola.
Fumo con lunghi respiri e fantastico così, e ascolto la voce dei tetti. Perché sì, hanno anche una voce, i tetti di Genova. Una voce di televisori, di stereo troppo alti che rimbalzano fuori dalle case la musica più disparata. Io ascolto tutto, tra una boccata e l’altra. Ascolto l’ultimo successo commerciale, le litanie, i canti d’amore e di anarchia. E ancora le liti di una coppia in crisi, le risate dei bambini, il fischio del vento, il clangore dei piatti lavati e poi riposti. E infine le urla di disperato piacere dei miei dirimpettai che ogni notte, all’una, regolari si amano, mandando in frantumi il silenzio delle stelle e i miei pensieri.

È allora che spengo la sigaretta e penso: ho fumato troppo. E vado a letto, dopo aver guardato ancora una volta la mia città fatta di tetti.

Si ringrazia Officina Letteraria – Genova

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