La Grotta dell’edera

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Da Finale Ligure, imbocco la strada per il paese di Calice, e risalgo i tornanti fra le vigne e gli ulivi.

La strada, ora, prosegue stretta e tortuosa sul fondo di una piccola valle, una valle segreta fra pareti di calcare bianco, che vertiginose balzano, per centinaia di metri, verso il cielo azzurro, quasi blu.

Lascio la macchina e accolgo sulle spalle l’abbraccio familiare dello zaino. 

Attraverso un gruppo di case di pietra. Sono silenziose, immerse nel profumo intenso delle piante aromatiche. Il sentiero, ripido e ombroso, si snoda, dentro un fitto bosco di lecci, lecci dalle cortecce ruvide e dalle foglie rese coriacee dal sole e dal vento di mare.

Apro lo zaino, e indosso la lampada frontale.

Finale grotta ederaRicordo quel giorno di tanti anni fa, quando avevo quindici anni, quando questo luogo mi insegnò che l’avventura non esiste solo nei libri. Per entrare nella grotta, quella volta, mi ero calato appeso a una corda, appeso come un ragno alla sua ragnatela. Oggi, invece, entrerò da un’altra parte, da sotto, attraverso quest’altra grotta che, come una gigantesca bocca di balena, si spalanca dentro il fianco del monte.

Accendo la luce ed entro nel buio, poi arrampico su un facile salto di roccia, cammino su un breve passaggio sospeso sul vuoto e mi infilo in un sifone, che simile allo scarico di un immenso lavandino punta verso l’alto, verso quella luce che da lassù, come una lama, scende in questa oscurità.

La Grotta dell’Edera è una grotta davvero diversa. Devo togliermi lo zaino per passare. Mi infilo, trovo un appiglio, mi contorco nella strettoia, un paio di volte, ed esco fuori. Esco dentro alla grotta soprastante.

Allungo una mano e sfioro la Pietra di Finale.

La storia di questa pietra è iniziata 20 milioni di anni fa, quando in mare vi fu una esplosione di vita. Molluschi, echinodermi, madrepore, coralli e squali. I loro gusci e scheletri insieme con la sabbia si sommarono in potenti strati.

Poi la mia mano si ferma, ha trovato un asperità, guardo e sorrido. Un dente di squalo. Alzo la testa e guardo lassù. Sorrido ancora, avevo quindici anni, eppure il ricordo è chiaro.

Talvolta capita, mi dico, che un brivido di vertigine, sedimenti nella memoria, come in questa pietra, istanti di vita. Talvolta capita, mi dico.

Testi e immagini di Eugenio Gardella per Officina Letteraria, Genova

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